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I sogni (americani) muoiono all'alba

 

di Paolo Valassi

 

 

Il western: nessun genere cinematografico ha saputo raccontare meglio la vita, la morte, l’etica, la morale, i sentimenti e i valori del genere umano.

E in particolare sono sempre stato affascinato da 3 film che mi piace considerare come un unico, meraviglioso affresco rappresentante l’evoluzione e la morte del sogno americano.

Il primo film (la prima puntata, potremmo anche dire) è C’era una volta il West (1968) di Sergio Leone. I western di Leone costituiscono il primo, vero momento di rottura rispetto a quelli epici e ottimistici di John Ford.

C’era una volta il West è un grande omaggio all’epopea della frontiera cantata da Ford ma nello stesso tempo rappresenta l’atto conclusivo della leggenda e il passaggio a un’epoca nuova, caratterizzata dalla tecnologia (i treni), da nuovi personaggi più cinici, meno idealisti che non credono più romanticamente che per aggiustare le cose basti solo “un buon colpo di pistola”.

 

John Ford era il cantore della nascita di un mondo, mentre Leone ne racconta la morte.
I colori della Monument Valley di Ford sono solari, tersi e sterminati, quelli di Leone sono invece accecanti, polverosi e claustrofobici. Il colore di C’era una volta il west è quello seppiato di una foto d’epoca.

Anche i tempi enormemente dilatati del film sono funzionali a evocare una lunga agonia, l'agonia di un mondo che Leone sembra non voler abbandonare perché sa che non tornerà più.

Come ebbe a dire lo stesso Leone: “L’eroe di Ford si affaccia alla finestra per guardare l’orizzonte, il futuro radioso. Il mio eroe se si affaccia alla finestra rischia di prendere una pallottola in fronte…”.

Il sogno americano non è morto, sono solo cambiate le regole.

   

La seconda tappa di questo straordinario viaggio virtuale è Il mucchio selvaggio (1969) di Sam Peckinpah.

Innanzi tutto è necessario ricordare che Peckinpah, per sua stessa ammissione, non avrebbe potuto girare Il mucchio selvaggio senza Per un pugno di dollari e per Qualche dollaro in più.

E’ la violenza infatti la cifra stilistica dell’opera. Violenza che Leone spandeva a piene mani nei due succitati film e che Peckinpah moltiplica all’ennesima potenza tanto che le cronache ci raccontano che nel 1969 molti spettatori uscivano dal cinema a metà della scena del massacro finale non riuscendo a sopportarne la visione.

Ambientato nel 1910 ai tempi di Pancho Villa, il film di Peckinpah ha alcuni momenti assolutamente epici, nel senso “fordiano” del termine, ma al tempo stesso scrive l'epigrafe del mito della frontiera, raccontando cioè il tragico epilogo degli sforzi di coloro che conquistarono il West.

Lo fa a livello formale con un montaggio frenetico di 3643 inquadrature, alcune anche di frazioni di secondo, e con l’uso del rallenty per tutte le sparatorie. In questa scelta, oltre a una certa provocatoria fascinazione estetica per la morte che destabilizza lo spettatore, c’è la volontà del regista di dilatare alcuni istanti in cui il corpo umano reagisce ad una velocità superiore alla norma.

 

A livello tematico il film mostra un mondo corrotto, violento, senza speranza, onore, giustizia e virtù che può essere sconfitto solo attraverso una violenza ancora più feroce. La celeberrima mattanza finale è quindi un'enorme catarsi in un mondo senza più regole né dignità, ben lontano dalla società mitica della Frontiera. Ma dall’altro lato Peckinpah  celebra il valore dell'amicizia (guarda caso valore del cinema western classico) come quel sentimento primordiale in grado di legare gli uomini l'uno all'altro e di dar loro un motivo per cui vivere. Il Mucchio va a salvare il proprio compagno prigioniero dei messicani (dando così il via al massacro finale) ma con chiaro il senso di disillusione e di fatalismo, come se la loro morte fosse un evento ineluttabile.

Il vecchio mondo è morto. Il sogno americano è morto ? Forse no, forse c’è ancora una piccola speranza di ricominciare da zero.

   

Il cerchio si chiude con I cancelli del cielo (1980) di Michael Cimino.

Costato 30 milioni di dollari dell'epoca (10 più del previsto) ne incassò soltanto uno e mezzo, portando al fallimento la casa di produzione United Artists e, in pratica, decretando la fine della carriera del regista.

Ma è facilmente comprensibile il motivo del totale fiasco dell’opera (un capolavoro, diciamolo subito): il sogno americano è qui definitivamente sepolto.

I proprietari terrieri di una contea del Wyoming assoldano un gruppo di mercenari per liberarsi di una comunità di immigrati slavi pretestuosamente accusati di rubare il bestiame. Emettono quindi una lista di 125 persone che dovranno essere eliminate. Gli immigrati slavi, che vivono nella città di Sweet Water (guarda caso lo stesso nome della città fondata da Jill-Claudia Cardinale in C’era una volta il West) e che solitamente si riuniscono in un locale chiamato Heaven’s gate, vengono difesi da uno sceriffo, ricchissimo laureato ad Harvard, Jim Averill, interpretato da Kris Kristofferson, che ha scelto di difendere i diritti dei più deboli. L’inevitabile scontro finale vede pesanti perdite su entrambi i fronti ma interviene l’esercito per garantire l’impunità ai mercenari. Averill, innamorato di Ella, una prostituta francese interpretata da una giovanissima Isabelle Huppert, sta per andarsene con lei ma alcuni dei mercenari la uccidono. Nel finale del film si vede Averill molti anni dopo, sul suo yacht, disilluso e sconfitto.

 

Già da questo brevissimo riassunto si evince come il sogno americano, cioè la convinzione di vivere nel migliore dei mondi e di poter realizzare ogni progetto, non c’è più. Il film racconta il traumatico risveglio in una realtà fatta di violenza e ingiustizia, dove l'arbitrio e la prepotenza di chi detiene il potere economico prevale sulle capacità individuali, dove il ricco e potente può schiacciare impunemente non solo il più debole ma anche il “diverso”. Infatti il tema del razzismo è ben presente nel film: la comunità di agricoltori proviene dall'Europa dell'est ed è espressione di un flusso migratorio successivo a quello originario anglosassone degli allevatori.

   

Se le tre precedenti opere costituiscono una specie di sacra trimurti , mi piace però ricordare anche un altro film: Butch Cassidy (1969) di George Roy Hill.

Ispirato alla vera storia dei leggendari banditi Butch Cassidy e Sundance Kid, interpretati rispettivamente dai due superdivi Paul Newman e Robert Redford (ed ecco spiegato l’origine del nome del festival cinematografico organizzato da Redford), il film ottenne un enorme successo di pubblico.

Ed è facile capirne il motivo: è sicuramente uno dei più bei film western sulla fine di un’epoca, con il regista, George Roy Hill, capace di caratterizzare anche formalmente il racconto di un epoca che se ne va fotografando in toni color seppia molte scene. Ma è anche una commedia romantica, in un certo senso a-problematica: i due simpatici e scanzonati protagonisti sanno che la loro epoca sta per finire e quindi cercano, come si direbbe oggi, “nuovi mercati” ed emigrano in Bolivia per fare qualche buon colpo. Alla fine però non possono sfuggire al loro destino e pagano con la vita la loro scelta fuori dal tempo. Film anarchico-sessantottino per eccellenza (e quindi anche per questo molto amato all’epoca) è impreziosito dalle musiche di Burt Bacharach e dalla famosissima canzone Raindrops keep fallin’ on my head.

Mi piace citarlo, dicevo, almeno per un paio di motivi: innanzi tutto perché uscì a breve distanza da C’era una volta il West e da Il Mucchio selvaggio e condivide con questi la stessa tematica (affrontata con uno stile diversissimo, come visto, e non possedendone lo stesso spessore). Secondariamente, e questa è storia, Butch Cassidy e Sundance erano i capi di una banda di rapinatori che portò avanti la più lunga striscia di rapine a banche della storia americana.

La banda era nota col nome di The Wild Bunch (Il Mucchio Selvaggio).