EXHIBITIONS

PROJECTS

PORTFOLIOS

PHOTOVOGUE

SCRIPTA

ORIZZONTI KUBRICKIANI

 
 

 

Le immagini della memoria

 

di Paolo Valassi

 

 

Ho cercato di trasporre nel mondo del cinema l’interessante articolo di Enrico Prada sulle fotografie immaginarie.

Le “fotografie letterarie, i cui soggetti sono figure (fisicamente) inesistenti. Foto di soggetti che la fotografia non ha prelevato dalla realtà e davanti alle quali guardare non serve: sono fotografie da immaginare”, per definizione sembrerebbero non applicarsi ad un’arte visiva come il cinema. Ma ad una più approfondita analisi le cose non stanno così.

   

Nel 1982 Ridley Scott girò quello che sembrava essere il primo di una serie di capolavori (e che invece rimarrà orfano): Blade Runner. Tratto dal romanzo di Philip K. Dick Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Il film racconta la lotta per la sopravvivenza di un gruppo di replicanti (robot) esteriormente identici ad esseri umani ma animati da sentimenti più umani di quelli degli umani veri. La fotografia è utilizzata dagli uomini per ricostruire la memoria dei robot. In altre parole le fotografie sono come le tessere di un puzzle di ricordi innestati, lo strumento con cui si esplica il bisogno di un passato necessario per accreditare una esistenza autentica e non artificiale.

Innesti di memoria visiva per dare un profilo umano a un nuovo genere di umanità, l’umanoide.

   

Paradigmatica a questo proposito la scena in cui la bellissima ragazza replicante di cui si innamorerà il protagonista interpretato da Harrison Ford, mostra ingenuamente la sua raccolta di foto di quando era bambina per dimostrare che ha un passato, che non è un robot costruito solo pochi mesi prima.

Ecco quindi come anche in un film sia possibile mostrare fotografie di soggetti non reali calati in un contesto inesistente.

   

Ma facciamo un passo ulteriore: se in Blade Runner la fotografia contribuisce a costruire una memoria, in Schindler’s List (film del 1993 diretto da Steven Spielberg) la fotografia viene mostrata come una pericolosa alleata della memoria. La “soluzione finale della questione ebraica” prevedeva non solo lo sterminio ma anche l’oblio assoluto. Una delle scene più efficaci del film è proprio quella in cui i nazisti accatastano alla rinfusa in un grande magazzino casse di oggetti razziati. Alcuni verranno ri-utilizzati (prima di tutti gli oggetti preziosi, ovviamente) ma le cose che si ritengono inutili o, peggio, pericolose verranno distrutte. Fra queste anche le fotografie, prova concreta (vera, questa volta, non costruita artificialmente) dell’esistenza di un popolo del quale invece si sarebbe dovuta cancellare ogni traccia del passaggio terreno.

   

La forza della fotografia, ovvero la capacità di creare e distruggere la memoria. Mostrata al cinema. Ironico.